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MGR. IGINO CARDINALE, CHEF DU PROTOCOLE DE LA SECRÉTAIRERIE D’ETAT DE SA SAINTETÉ.

Le Saint-Siège et la Diplomatie. Aperçu historique, juridique et pratique de la Diplomatie Pontificale. Desclée & Cie, Editeurs, S.A. Paris-Tournai-Rome-New York 1962, pag. 345, 26 × 19.

Abbiamo dinnanzi a noi un solido libro del Capo del Protocollo della Segreteria di Stato di Sua Santità, attuale Delegato Apostolico nella Gran Bretagna, che s’impone non solamente per la sua mole (345 pp.) e l’accurata edizione, arricchito di belle fotografie (fra cui quella di Giovanni XXIII), ma anche per il suo contenuto vasto e profondo. Esso non è solamente una storia della diplomazia vaticana, ma soprattutto fa da testo per i diplomatici in carica.

L’autore è già noto nella letteratura diplomatica e perciò la sua opera diventa parola autorevole, sebbene giustamente egli dissoci le sue vedute dall’insegnamento della Sede Apostolica.

Quale scopo si propone l’autore nell’opera sua? Mons. Cardinale risponde a ciò con due citazioni: una, tolta dal messaggio di Leone XIII: «Si l’on cherche vraiment la paix et non la guerre — et c’est un devoir — et si l’on tend dans un effort commun et sincère à concorde fraternelle entre les peuples, alors seulement il sera possible de reconnaître les intérêts nationaux de chacun et de mettre heureusement fin à toutes les divergences» (Epist. «Praeclara gratulationis», A. L., vol. XIV, 1894, p. 210); e l’altra di Papa Giovanni XXIII: «D’ailleurs, si les nations ne arrivent pas à cette union fraternelle qui doit être basée sur la justice et alimentée par la charité, la situation mondiale restera très grave» (Litt. Encycl. «Ad Petri Cathedram», 29 iunii 1959, AAS, vol. LXI, 1959, p. 504). E cioè, per dirla in breve, la pace e la carità fraterna dei popoli. Dunque il compito della diplomazia e, in particolare di quella della Santa Sede, è la pace nel mondo ed il suo mantenimento mediante la carità fraterna dei popoli. Con queste due citazioni l’autore ha definito la sua tesi principale ed ha sintetizzato lo scopo del suo libro.

Sono stati espressi diversi atteggiamenti nei riguardi della diplomazia vaticana. Alcuni sono convinti che essa sia la diplomazia più saggia del mondo, con tutto il suo passato glorioso; altri invece dicono che essa costituisce ormai un anacronismo; che la Chiesa è un’istituzione religiosa e non un corpo diplomatico; altri ancora pensano che essa serva al Papato come mezzo per influenzare la politica internazionale. In risposta a ciò leggiamo che la Chiesa ha pieno diritto di far uso di tutti i mezzi morali per condurre le anime a Dio e in tal modo adempiere al suo mandato.

Servirsi della diplomazia non vuol dire machiavellismo, ma usare un nobile strumento per il mantenimento della pace e per lo sviluppo della collaborazione degli Stati, nello spirito della fraternità universale.

Mons. Cardinale sviluppa il suo pensiero conforme alla storia, al diritto e all’adattamento pratico. Questo modo di trattare l’argomento è risultato felice, bisognava quindi mantenerlo in tutta l’opera. In vista di ciò, occorre tener presente la storia della diplomazia mondiale, del diritto, dei costumi dei popoli e le decisioni universalmente accettate nel mondo diplomatico.

Ritornando alla domanda sopraccennata, la diplomazia ecclesiastica suppone la conoscenza della teologia e, in particolare, del diritto canonico ed internazionale ed è nel suo genere scienza-arte, acquisita coll’esperienza e coll’esercizio nelle relazioni tra gli Stati: il suo compito è quello di normalizzare e facilitare negli Stati la vita morale e sociale in genere. Tenendo sempre presenti i più alti ideali e principi di Cristo e della Chiesa, il diplomatico pontificio deve attuarli nella vita reale pubblica anche in circostanze le più difficili.

A lui preme soprattutto questo, che gli Stati rispettino i diritti divini ed umani e lascino alla Chiesa la necessaria libertà nell’ambito delle leggi civili.

Il Papa Pio XII sintetizzò così questo concetto nel suo richiamo alle nazioni: «Nous invitons tous les hommes à la paix de la conscience tranquille dans l’amitié de Dieu, à la paix entre les nations par l’aide fraternelle réciproque, par la collaboration amicale et par les ententes cordiales pour les intérêts supérieurs de la grande famille humaine» (Cfr. p. 15).

La Santa Sede, come somma autorità e capo della Chiesa Cattolica, svolge gli affari per mezzo dei suoi diplomatici, come del resto fanno tutti gli altri Stati. Alla Sede Apostolica è affidata la missione, come si esprime Papa Giovanni XXIII (p. 17), non solamente di salvaguardare tutti i valori morali dell’umanità, ma anche quella di innalzare l’umanità stessa sempre più in alto nella conservazione della pace universale. E per adempiere al suo mandato, la Chiesa deve servirsi, come è stato detto, anche di tale mezzo come la diplomazia (la denominazione fu introdotta dal cardinale Richelieu). Ciò non vuol dire che essa debba ricorrere ai raggiri, impostura, falsità, ma d’altra parte non deve neppure lasciarsi ingannare. Possono essere accusati di simili errori singole persone, come avvenne nei tempi in cui i Governi volevano creare entro i propri confini chiese nazionali di Stato.

La Sede Apostolica è guidata dai principi eterni di Cristo. Il Papa non è una persona estranea nello Stato in cui vivono i cattolici, egli è il padre spirituale che ha cura del bene delle anime dei propri figliuoli. La gerarchia ecclesiastica del luogo non può occuparsi di questi affari, perché non sempre ha la preparazione dovuta e, in mezzo alle condizioni locali, non sempre può abbracciare con uno sguardo l’interezza degli interessi dello Stato, e ancor meno la situazione interstatale, e da quella posizione giudicare le questioni «en gros», comporre conflitti di portata mondiale ed avere l’autorità soprannazionale.

Dando uno sguardo alla storia della diplomazia della Sede Apostolica, vediamo che essa affonda le sue radici già nei tempi dopo l’ottenuta libertà. Già dal 380 v’erano nelle varie provincie i cosiddetti Vicari Apostolici, cioè Vescovi con speciali poteri. Così era per es. sotto il Papa Damaso I (366-384) Ascholius Vescovo di Tessalonica. Tale stato di cose e simili plenipotenziari durarono fino al secolo XI.

Inoltre già nel V sec. venivano inviati apocrisari per le questioni diplomatiche, come rappresentanti del potere papale. Così per es. a Bisanzio essi risiedettero per due secoli e mezzo; erano accreditati presso il palazzo del Basileus con il compito di informare il Papa sulle questioni correnti dell’Oriente. Ci è noto un tale apocrisario, Giuliano, Vescovo di Cos (453). Inoltre i Papi inviavano Legati con missioni particolari. Papa Gregorio VII (1073-85) inviava tali suoi rappresentanti ai Vescovi e Principi. Costoro portavano anche il titolo di «Nuntii a latere Apostolicae Sedis et nuntii ex latere nostro». Dal secolo XI venivano inviati anche i Cardinali col titolo di «Legatus a latere».

Con la donazione di Pipino e di Carlo Magno ha inizio il potere temporale dei Papi. Ed essi, loro malgrado, dovettero occuparsi anche della politica statale, soprattutto quando l’Islam prese a minacciare tutto il mondo cristiano. Allorché al Papa furono fatti altri donativi, egli inviava allora i Nunzi per la loro amministrazione e stabilizzazione. Dal secolo XVI il nome di Nunzio assume già il significato di rappresentante stabile della Sede Apostolica. Tali prime relazioni diplomatiche furono stabilite con Venezia. Ecco nelle linee essenziali la genesi della terminologia diplomatica.

Al tempo del Protestantesimo le rappresentanze pontificie diminuirono e limitarono la loro attività alle questioni religiose, soprattutto in preparazione al Concilio Tridentino (1545). La ben organizzata diplomazia pontificia sul principio del secolo XVIII incontrò grande opposizione e nel Gallicanesimo e nel Monarcismo (regalismo). Dal Congresso di Vienna 1815 ha inizio il nuovo splendore della diplomazia pontificia, che potè vantare nuovi successi. Allora, per la prima volta, avvenne lo scambio di reciproche missioni diplomatiche tra Roma, Turchia e Russia. Le ultime guerre mondiali segnarono un’ulteriore insigne tappa dello sviluppo della diplomazia pontificia.

Nel 1962 la Santa Sede aveva stabilito relazioni diplomatiche con 50 Stati, e riuscì a divenire il primo fattore nella politica internazionale, perché gli Stati riconobbero «que la mission de l’Eglise offre des réserves des forces spirituelles et morales, toujours prêtes à intervenir d’une manière désintéressée, avec impartialité et indépendance de jugement, en faveur de tous, même dans les agitations politiques les plus violentes, là où le bien de l’humanité l’exige» (p. 34). Questa sottolineatura dell’autore è assai appropriata.

Se si osserva la posizione giuridica della diplomazia, vediamo che una volta il diritto alla rappresentanza diplomatica era di spettanza dei Sovrani come di persone fisiche e morali, viceversa, ora, tale diritto è riconosciuto di spettanza dello Stato, e la diplomazia ne è al servizio.

Per lo Stato s’intende non solamente la totalità territoriale, ma anche la persona morale-internazionale, come per es. gli Stati Uniti ed i Domini Britannici. Oggi il diritto internazionale riconosce soggetti col diritto pubblico, sebbene non abbiano territorio proprio. Essi hanno statuti autonomi e sono indipendenti «nello Stato dallo Stato». In base a tale diritto giuridico internazionale anche la Chiesa ha le sue rappresentanze, come lo riassume Papa Pio XII nei suoi discorsi: «L’Eglise n’est pas une société politique mais religieuse; cela toutefois ne l’empêche pas d’être engagée avec les Etats dans des rapports non seulement extérieurs mais aussi intérieurs et vitaux» (p. 37).

Da duemila anni sugli stessi territori esistono la Chiesa come «Societas perfecta sibi sufficiens» e gli Stati, ed essa ha diritto al concordato. In base al canone 100 del CJC la Sede Apostolica, come persona giuridica, costituisce corpo speciale della Chiesa. Il Papa è Capo della Chiesa ed i Nunzi i suoi rappresentanti.

L’argomentazione dogmatica e giuridica a pag. 43 lascia qualcosa a desiderare. Pio XII ebbe a sottolineare assai chiaramente la posizione soprannaturale della Chiesa Cattolica nella politica dello Stato, mentre l’ortodossia, il protestantesimo, il giudaismo ed altri, non hanno un’organizzazione unica, ma costituiscono diverse comunità ecclesiastiche nazionali.

Una tappa particolare nella storia della diplomazia pontificia, è costituita dai Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929. Per la conservazione della piena indipendenza del Sommo Pontefice, i Patti Lateranensi riconoscono lo Stato Pontificio ed il Papa come sovrano.

Tale stato di cose non costituisce una novità, poiché al tempo di Pio IX il potere temporale s’estendeva sopra un territorio che abbraccia 28.000 km² con tre milioni e mezzo di abitanti. Lo scopo principale di questi diritti sovrani, è quello di assicurare la libertà e l’indipendenza del Sommo Pontefice e della Santa Sede in generale, nell’espletamento delle sue attività, e in particolare lo scambio di Legati con altre nazioni. L’organo per mezzo del quale il Pontefice espleta le sue attività, è la Segreteria di Stato fondata dal Papa Martino V (1417-1431). Questo dicastero comprende tre sezioni: la Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari, creata da Pio VII (1800-1823), la Congregazione degli Affari Ordinari e la Cancelleria dei Brevi Apostolici ai Principi, nonché il Segretariato per le Lettere Latine.

Come si è detto sopra, il libro di Mons. Cardinale costituisce in pari tempo il testo per i diplomatici. Egli espone in ordine tutte le categorie dei rappresentanti diplomatici: ambasciatori, nunzi, internunzi, plenipotenziari, delegati di missioni straordinarie e temporanee. Distinta categoria formano i delegati «a latere», Cardinali con missione speciale «alter ego d’une mission particulière», con diritto alla croce astile in processione (come l’aveva il Metropolita Isidoro). Inoltre il Cardinale che rappresenta il Papa in qualche solennità; ed in terzo luogo la missione speciale affidata ad un Nunzio. Infine il dignitario plenipotenziario con l’incarico di consegnare un documento pontificio.

In seguito veniamo a conoscere dal libro la procedura diplomatica nella questione: 1) se la persona designata a rappresentante diplomatico è accetta allo Stato, 2) nomina ufficiale «les lettres de créance», 3) di precedenze, 4) sul decanato del corpo diplomatico.

Le missioni non si estinguono durante il tempo di «Sede Vacante», a meno che non scada il termine della missione temporanea, come, in tempo di guerra tra due Stati, cambiamento di costituzioni civili e morte del delegato.

Di solito ai diplomatici pontifici si richiede il compimento degli studi nella Pontificia Accademia Ecclesiastica, una volta Accademia dei Nobili fondata da Papa Clemente XI nel 1701. Dopo uno sguardo storico sullo sviluppo delle rappresentanze pontificie negli Stati principali, segue la descrizione delle cerimonie in occasione della presentazione delle Lettere credenziali.

I Patti Lateranensi garantiscono l’inviolabilità diplomatica alle rappresentanze presso la Santa Sede. Tuttavia in tempo di guerra vi sono state alcune difficoltà in tale senso. Il discorso dell’allora Mons. Giovanni Battista Montini, oggi Sua Santità Paolo VI, pronunciato in occasione del 250° anniversario della fondazione della Pontificia Accademia Ecclesiastica, avvenuto nel 1951, chiude l’opera. Questo è veramente l’ultima parola detta sulla teoria della diplomazia, e degno pena del lavoro secolare svolto dalla diplomazia pontificia. Allora Mons. Montini condannò la teoria machiavellica dell’utilità della «astuzia fortunata», in ordine alla morale e pose come regola principale il servizio a vantaggio dei popoli e delle loro più grandi necessità. Proprio in ciò consiste il compito più importante della diplomazia. Potremmo chiamarlo l’azione pastorale della guida degli Stati.

«Or, s’il est vrai que la diplomatie pontificale a manifesté à travers les siècles, et dès les premiers temps, des activités absolument indépendantes du pouvoir temporel, il est aussi vrai qu’elle a tiré de ce pouvoir temporel les formes stables et les caractères qui lui ont valu, particulièrement au cours des derniers siècles, le renom d’une grande diplomatie» (p. 185).

Riguardo al presente e all’avvenire Mons. Montini sintetizzò brevemente il compito della diplomazia pontificia: «L’Eglise doit tirer d’elle-même ses forces vitales, elle doit trouver des voies nouvelles qui différent de celles qui furent suivies à certains moments historiques aujourd’hui dépassés. La diplomatie ecclésiastique semble constituer un système de protection qui recherche des appuis auprès des Etats qui fonde le bien de l’Eglise dans les liens qui la rattachent à des pouvoirs devenus laïques, étrangers à l’Eglise et parfois ennemis de celle-ci. Ces appuis ne sont pas de vrais soutiens, mais des obstacles qui retardent la marche de l’Eglise au lieu de la faire avancer, de l’appuyer, de la défendre, de la protéger. L’Eglise de nos jours ne doit pas attendre force et prospérité de la faveur des pouvoirs établis, mais de la parole et de la vertu que, par institution divine, elle porte dans son sein. Ce n’est pas des liens, mais de liberté qu’elle a besoin; ce n’est pas de l’extérieur, mais de l’intérieur que doit venir sa fortune» (pp. 186-187).

La diplomazia laica contemporanea sta perdendo le sue strutture tradizionali e diventa senza formalità: «Se dégageant de tout ce formalisme précieux et si attaché à l’étiquette et aux formes extérieures de l’expression, elle passe au contraire à une conception positive de sa charge» (p. 187).

I suoi scopi principali sono gli interessi militari e commerciali; stampa, navigazione, industria, con a capo vari addetti, e in definitiva tutti gli antagonismi terminano col dilemma: «la diplomatie ou l’armée – la paix ou la guerre» (pag. 189).

L’inverso avviene nella diplomazia ecclesiastica, e perciò Mons. Montini terminò con il richiamo ai giovani diplomatici ecclesiastici: il diplomatico ecclesiastico deve portare con sé Cristo: «Ayons le sens de la représentation du Christ, de la représentation de l’Eglise» (pag. 197).

Come si può vedere dalla breve analisi dell’ampio contenuto del libro, esso appare una solida opera in questo ramo dell’attività della Chiesa. Si sarebbe preferito che la trattazione scientifica fosse mantenuta in tutti i capitoli, anche là dove si tratta, non solamente della storia e del fondamento giuridico, ma anche dell’attuazione pratica, perché l’autore a volte passa dalla trattazione scientifica al genere pubblicistico. Forse tale procedimento ad alcune categorie di lettori può facilitare la lettura del libro, ma così viene sminuita la qualità scientifica dell’opera stessa. Per la stessa ragione il discorso di Mons. Montini merita non solamente una rassegna giornalistica, ma anche un’analisi scientifica.

Infine l’autore aggiunge alcuni documenti:

  1. il testo completo dei Patti Lateranensi del 1929;

  2. documento sulla posizione giuridica dello Stato Vaticano con il suo ordinamento interno;

  3. gli Atti della Conferenza di Vienna del 1961 che regolano le relazioni diplomatiche;

  4. Visite dei Capi di Stato al Papa;

  5. Breve bibliografia delle opere sulla diplomazia in genere.

A nostro parere, in una nuova edizione l’autore dovrebbe distribuire la materia in modo più logico e sistematico, tralasciare le ripetizioni e completare le lacune (nell’opera non si fa cenno del Cardinale Rampolla e di altri diplomatici molto insigni).

Bisogna tuttavia riconoscere che l’autore ha portato a termine il suo compito difficile e pieno di responsabilità in modo irreprensibile e per questo gli è dovuta riconoscenza e merito.

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