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Arresto e processo

Durante la prima occupazione sovietica, la vita della Chiesa fu segnata da un clima di continua paura e dall'attesa quotidiana di possibili arresti. All'inizio della guerra tra la Germania nazista e l'Unione Sovietica, mentre le truppe sovietiche si ritiravano precipitosamente da Leopoli, l'arcivescovo Josyf Slipyj e i membri del Capitolo Metropolitano rischiarono di essere fucilati. Furono costretti ad abbandonare le loro abitazioni, allineati contro un muro e tenuti per circa tre ore sotto la minaccia delle armi. Convinti che quella sarebbe stata la loro ultima ora, furono invece inaspettatamente rimessi in libertà.



L'inizio dell'occupazione tedesca offrì a Slipyj un breve periodo di relativa tranquillità. In questi anni riuscì a riaprire parzialmente il Seminario, a riorganizzare l'attività accademica e a riprendere la pubblicazione della rivista Bohoslovija. Il 5 dicembre 1943 partecipò alle celebrazioni per il terzo centenario della beatificazione del santo martire Giosafat Kuncewycz. Durante la solenne commemorazione svoltasi a Leopoli pronunciò un'importante conferenza dedicata alla grandezza spirituale del santo e al suo significato nella storia del popolo ucraino.


Con il ritorno dell'Armata Rossa, nel luglio del 1944, tutte queste iniziative vennero nuovamente soppresse e iniziò una nuova e ancora più dura fase di persecuzione contro la Chiesa.


Alla morte del Metropolita Andrej Szeptyckyj, avvenuta il 1º novembre 1944, Josyf Slipyj gli succedette automaticamente come Metropolita di Galizia, assumendo la piena responsabilità della guida della Chiesa greco-cattolica ucraina nel momento più drammatico della sua storia.


Con l'avvicinarsi della fine della guerra, le autorità sovietiche avviarono un piano sistematico per eliminare la Chiesa greco-cattolica ucraina. Il progetto fu elaborato a Mosca dal funzionario della sicurezza statale Georgij Karpov e approvato personalmente da Stalin.


Il piano prevedeva la costituzione di un «Gruppo d'iniziativa» incaricata di convocare un presunto «concilio di riunificazione», destinato a proclamare l'assorbimento della Chiesa greco-cattolica ucraina nel Patriarcato di Mosca. L'ostacolo principale alla realizzazione di questo progetto era rappresentato dall'episcopato della Chiesa greco-cattolica.



Per questo motivo, l'11 aprile 1945 furono arrestati tutti i vescovi della Chiesa greco-cattolica, insieme al Metropolita Josyf Slipyj. In un primo momento le autorità sovietiche speravano di convincere lui o almeno uno dei vescovi a rinnegare la comunione con la Chiesa cattolica. Per questa ragione inizialmente non gli vennero contestate accuse precise. Fu invece sottoposto a interminabili interrogatori, che si susseguivano giorno e notte con l'obiettivo di piegarlo fisicamente e psicologicamente.


Dopo diversi giorni senza sonno, quasi privo di cibo e ormai allo stremo delle forze, gli investigatori gli offrirono la sede metropolitana di Kiev in cambio della rottura con il Papa. Il Metropolita rifiutò con assoluta fermezza. Seguirono nuove pressioni, violenze e torture fisiche e morali, ma nessun tentativo riuscì a farlo cedere.


Nelle sue Memorie descrisse così quei giorni:

«Fui arrestato l'11 aprile 1945, verso le sette di sera. Fin dal mattino la cattedrale di San Giorgio era circondata dalle guardie... Il colonnello Mel'nikov mi consegnò il mandato di arresto firmato dal procuratore. Mi perquisirono, mi fecero salire su un'automobile e mi portarono nella prigione di via Łącki. Ricordo ancora l'umiliazione di sentire addosso le mani dei miei aggressori...
Dopo il mio arresto si diffuse un clima di terrore e l'NKVD avviò la campagna per il passaggio all'Ortodossia. Sotto la guida di padre Kostel'nyk venne costituito il cosiddetto "Gruppo d'iniziativa", incaricato di preparare il cosiddetto "Sinodo di Leopoli". I sacerdoti arrestati dopo quel "Sinodo" raccontavano le terribili intimidazioni subite. Dopo il "Sinodo", Gorjun mi disse con soddisfazione: "Abbiamo dato un bel colpo al Papa". Gli risposi che sette milioni di fedeli erano ben poca cosa per scuotere la Chiesa cattolica e che con il terrore essi non facevano altro che screditare se stessi.»

Quando le autorità compresero che il Metropolita non avrebbe ceduto alle pressioni, né avrebbe firmato false confessioni, decisero di costituire artificialmente un procedimento penale contro di lui.


Gli furono rivolte numerose accuse prive di fondamento: di essere un agente del Vaticano; di aver organizzato insieme al Metropolita Andrej attività antisovietiche a favore dell'occupazione tedesca; di aver collaborato con i servizi segreti tedeschi; di aver diretto il presunto coordinamento della resistenza nazionalista ucraina; e perfino di aver preso parte alla formazione della Divisione «Galizia». Per screditarlo ulteriormente furono diffuse anche voci calunniose, secondo cui sarebbe stato il figlio illegittimo del Metropolita Andrej oppure che quest'ultimo fosse stato avvelenato. In realtà, il processo contro Slipyj costituiva un tentativo di colpire indirettamente la memoria del Metropolita Szeptyckyj, ormai defunto e quindi irraggiungibile dalla repressione sovietica.


Tutte queste imputazioni si rivelarono rapidamente prive di qualsiasi fondamento e vennero progressivamente abbandonate dagli stessi investigatori.


Dopo oltre un anno di interrogatori e istruttoria, il 10 maggio 1946 il Tribunale Militare lo condannò a otto anni di lavori forzati nei campi di prigionia. Tuttavia, anziché essere immediatamente deportato, rimase per altri due mesi in isolamento. Gli investigatori tentarono infatti di ottenere da Mosca un aggravamento della pena, chiedendo la condanna a morte oppure, in subordine, venticinque anni di detenzione. Nessuna di queste richieste venne accolta.


Parallelamente, nel marzo del 1946, le autorità sovietiche organizzarono il cosiddetto «Sinodo di Leopoli», che proclamò la soppressione della Chiesa greco-cattolica ucraina e il suo forzato «ricongiungimento» con il Patriarcato di Mosca.

герб Йосиф Сліпий
PATRIARCA JOSYF SLIPYJ

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