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Le ultime trattative, la condanna al «regime speciale» e la liberazione

Alla fine del 1960 il Metropolita Josyf Slipyj fu improvvisamente trasferito dal campo di prigionia a Kiev. Ufficialmente il trasferimento venne giustificato con la necessità di svolgere «ulteriori accertamenti istruttori», ma in realtà segnava l'inizio di una nuova fase di trattative, durante la quale le autorità sovietiche speravano di utilizzare la sua figura per i propri obiettivi politici. Intuendo un mutamento della situazione, il Metropolita scrisse immediatamente una lettera al primo segretario del Partito Comunista d'Ucraina, Mykola Pidhornyj, chiedendo la legalizzazione della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina. Nella lettera sottolineava che essa non era mai stata soppressa con un provvedimento giuridico, ma soltanto perseguitata sul piano amministrativo.


Il vero obiettivo delle trattative era però un altro. Le autorità cercavano di convincere il Metropolita a rompere pubblicamente la comunione con il Papa, a sostenere la «riunificazione» con la Chiesa Ortodossa Russa e a prendere posizione contro il Vaticano. In cambio gli venivano promessi la libertà, un regime di detenzione più favorevole e la possibilità di dedicarsi all'attività scientifica presso l'Accademia delle Scienze della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. Più volte fu convocato dal ministro degli Interni per colloqui improvvisi, concepiti soprattutto come strumenti di pressione psicologica. Egli stesso li descrisse come incontri che erano «come una difesa dalla morte».


Nonostante l'estrema stanchezza fisica, il Metropolita rimase irremovibile. Partecipò a lunghe discussioni storiche e teologiche, difendendo il diritto della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina a continuare a esistere. Quando gli fu proposto di intraprendere un viaggio nell'Ucraina occidentale per promuovere la campagna a favore dell'unione con il Patriarcato di Mosca, rispose:

«Potrei farlo soltanto sotto scorta, come testimone muto di una Chiesa ridotta al silenzio».

Le trattative si conclusero senza alcun risultato. Lo Stato continuava infatti a considerare la Chiesa Greco-Cattolica definitivamente soppressa dal cosiddetto «Concilio di Leopoli» del 1946, mentre il Metropolita ne contestava la legittimità e rivendicava il diritto della Chiesa a esistere. Fedele alla Santa Sede e alla propria coscienza, rifiutò qualsiasi forma di collaborazione alle condizioni imposte dal regime.


Nell'ottobre del 1961 fu ricondotto nel campo di prigionia in Mordovia. Qui la repressione nei suoi confronti si intensificò ulteriormente. Su richiesta dell'amministrazione del campo, il 27 settembre 1962 la Corte Suprema della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina riesaminò il suo caso e lo dichiarò «recidivo particolarmente pericoloso», disponendone il trasferimento in una colonia penale a regime speciale. Queste strutture rappresentavano, di fatto, una lenta condanna a morte, a causa della fame, del freddo e delle durissime condizioni di lavoro. Il Metropolita si indebolì profondamente e le sue condizioni di salute divennero estremamente precarie.


La situazione cambiò soltanto all'inizio degli anni Sessanta, nel nuovo contesto internazionale seguito alla crisi dei missili di Cuba del 1962. In quel periodo la dirigenza sovietica iniziò a cercare alcuni gesti di apertura nei confronti dell'Occidente, anche nel campo dei rapporti religiosi.


Un ruolo decisivo nella liberazione del Metropolita fu svolto da Papa Giovanni XXIII, che seguì personalmente la sua vicenda. Attraverso i canali diplomatici della Santa Sede, sia ufficiali sia riservati, si lavorò per ottenere la sua liberazione senza provocare uno scontro pubblico con il governo sovietico. Per il Vaticano la questione aveva un'importanza non solo umanitaria, ma anche ecclesiale: Slipyj era il capo di una Chiesa perseguitata e la sua presenza risultava particolarmente significativa nel contesto del Concilio Vaticano II. Da parte sovietica, invece, la liberazione poteva essere presentata come un gesto di buona volontà verso l'Occidente, senza alcun riconoscimento delle responsabilità per le persecuzioni precedenti.


Il 26 gennaio 1963 il Presidium del Soviet Supremo dell'URSS deliberò non la sua riabilitazione, ma semplicemente la liberazione «dall'ulteriore esecuzione della pena». Tale decisione era accompagnata da precise restrizioni: gli veniva proibito di ritornare a Leopoli e di riprendere direttamente la guida della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina nella propria patria.


Nonostante la decisione di liberarlo, Josyf Slipyj non aveva alcuna intenzione di lasciare l'Unione Sovietica. Considerava suo dovere tornare a Leopoli, accanto ai fedeli e alla Chiesa clandestina. Per lui era una questione di coscienza: non voleva che un giorno qualcuno potesse accusarlo di aver salvato se stesso abbandonando il proprio popolo nel momento della persecuzione più dura. Per questo motivo l'ipotesi di partire per l'Occidente suscitò in lui una profonda resistenza interiore e fu oggetto di lunghe discussioni con i rappresentanti della Santa Sede, in particolare con monsignor Johannes Willebrands.


Nel corso di questi colloqui maturò progressivamente una diversa valutazione della situazione. Alla Santa Sede appariva evidente che un eventuale ritorno di Slipyj a Leopoli avrebbe comportato un nuovo arresto o una totale emarginazione, senza alcuna possibilità concreta di guidare la Chiesa. La sua presenza a Roma, invece, avrebbe consentito di dare voce alla Chiesa Greco-Cattolica Ucraina davanti al mondo intero, soprattutto durante il Concilio Vaticano II. Per questo motivo Papa Giovanni XXIII insistette personalmente affinché il Metropolita raggiungesse Roma, interpretando tale scelta non come una fuga, ma come una nuova forma di servizio alla Chiesa.


Alla fine prevalse l'obbedienza al Santo Padre. Accettando di lasciare l'Unione Sovietica, Josyf Slipyj si preoccupò anzitutto di garantire la continuità della guida ecclesiale nella clandestinità. Il 4 febbraio 1963, poco prima della partenza, consacrò segretamente vescovo Vasyl' Velyčkovs'kyj e lo nominò suo locum tenens. Anche nel momento del doloroso distacco dalla propria patria, il suo pensiero rimase rivolto innanzitutto al futuro della Chiesa e alla cura pastorale dei fedeli rimasti in Ucraina.

герб Йосиф Сліпий
PATRIARCA JOSYF SLIPYJ

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